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L’imminenza delle
elezioni amministrative con i loro riti preparatori, le loro
discussioni, le continue riunioni alla ricerca di un accordo, di
una coalizione, le promesse, i programmi, le dispute e le sfide
tra candidati. Un mondo particolare, una sensazione accattivante
che si può gustare soprattutto nei piccoli centri dove ci si
conosce un po’ tutti e dove, spesso si fa a gara per centrare
l’obiettivo della vittoria finale. Ci sono tante sfaccettature
in queste corpose discussioni che si intrecciano con la passione
dei candidati con le tante conoscenze che si potrebbero
sfruttare per racimolare suffragi e poi un panorama di colori e
di simboli per quanta riguarda i nomi delle liste, scelti in
maniera tale che facciano presa sulla gente che, spera
soprattutto nell’impegno dei futuri amministratori per vedere
finalmente il rilancio positivo della propria cittadina. Una
volta c’erano i comizi in piazza che riuscivano a calamitare per
ore l’attenzione della popolazione che ne prendeva parte. I
tempi sono cambiati e quelle riunioni fiume sono ormai un
ricordo lontano. Oggi si fa uso del computer e di tutte le sue
diavolerie. Così tra una selva di file, modem, password ed altro
si entra nelle case degli elettori per portare le video-immagini
dei candidati a primo cittadino. Ma le dispute, le vanterie, gli
atteggiamenti di super uomini ci sono stati e ci sono ancora,
sia nel campo puramente politico, sia in quello sportivo e
perché no anche nel campo prettamente culturale. A tale
proposito mi è venuta in mente una disputa tra due degli
scrittori latini che più di altri hanno lasciato un’impronta
incancellabile nella storiografia latina. Mi riferisco a Lucano
e Virgilio. Ebbene, leggete di seguito una diatriba tra i due
riportata dl grande storiografo Svetonio che curò con dovizia di
particolari “Le Vite” dei grandi autori dell’antica Roma. Una
disputa che ha fatto e fa discutere numerosi studiosi di quell’epoca
per certi versi fascinosa e ricca di misteri. Un passo della
Vita di Lucano, attribuito a Svetonio, presenta notevoli
difficoltà d’interpretazione. E’ il detto che Lucano avrebbe
pronunciato in una sua praefatio (probabilmente a una recitatio
del Bellum Civile), nell’intento di paragonare l’età sua ed i
suoi esordi poetici con quelli di Virgilio. Riporto il passo
relativo, tratto dalla biografia svetoniana “ Dein civile bellum
quod a Pompeio et Caesare gestum est, recitavit **** ut
praefatione quidam aetatem et initia sua cum Vergilio comparans
ausus sit dicere: “ et quantum mihi restat ad Culicem”. Il
Rostagni pensa alla possibilità di integrare, con riferimento
all’età di Virgilio, allorché compose il Culex , nel modo
seguente: “nondum annos natus unum et viginti”. Fra le
interpretazioni più significative ci sembra opportuno riportare
quella dello stesso Rostagni il quale è dell’avviso che la frase
debba essere considerata come la chiusa di un esametro (“et
quantum mihi restat) e l’inizio del seguente ( “ad Culicem”) e
intende che l’autore vuole sottolineare il suo enorme vantaggio
nei confronti del Culice. Si potrebbe, però, dare alla frase il
valore di una considerazione/constatazione del tipo “quanto
ancora mi resta per raggiungere gli anni del Culex”. Questa
ultima interpretazione è fondata su Stazio : “Haec primo iuvenis
canes sub aevo, ante annos Culicis Maroniani” . Certo, qui
Stazio pone l’accento sulla giovinezza di Lucano poeta rispetto
a Virgilio poeta e dunque il XVI della Vita Vergiliana di
Svetonio, pare debba emendarsi in XXI come Rostagni fa. Ma
torniamo alla frase di Lucano: non è forzato il senso
attribuitole dai moderni? Se l’autore la cita come facente parte
di un proemio ad una recitazione non doveva essa risultare così
chiara da essere intesa da tutti? Già, si potrebbe sempre, anzi,
si deve pensare che la frase fosse inserita in un corpo poetico
e che dovesse ricevere lume logico da tutto il contesto. Ma
certo, se il biografo l’ha staccata dal contesto ciò è dovuto
presumibilmente al fatto che il suo significato deve essere
ovvio e senza difficoltà di ordine sintattico (si pensi al
“restat ad Culicem” di dubbia intellezione). Da non trascurare :
che cioè Lucano ebbe “l’ardire di dire…..et quantum ecc.”;
dunque c’è dell’audacia (ausus sit dicere”) nella frase. Si
prendano in considerazione gli elementi esterni. Marziale negli
Epigrammi dice del Culex che esso, per quanto concerne la
produzione virgiliana è da porre sullo stesso piano della
Batracomiomachia pseudomerica e osserva che esso ha un effetto
distensivo, mentre l’Eneide richiede tensione “protinus Italiam
concepit et ARMA VIRVMQUE, qui modo vix Culicem fleverat ore
rudi”. E allora, non potrebbe suonare la frase di Lucano: “e
quanto mi resta (di vita, di tempo ecc) al Culice lo dedicherò:
et quantum mihi restat [ scil. aevi ] ad Culicem [ scil.
dedicabo]. Cioè Lucano, volendo “comparare”, volendo dunque
stabilire un rapporto tra l’età sua e gli esordi poetici suoi
con Virgilio, considerato che egli, Lucano, ha creato in età
giovanile (vedi Stazio) ciò che Virgilio aveva fatto in età
matura, opera un paragone inverso e avrebbe osato (certo c’è del
coraggio in chi si pone contro la stima di Virgilio) dire in
pubblico: “ora tutto il tempo che mi resta posso dedicarlo al
Culex, [ cioè posso distendermi ( Si veda il citato Marziale)]
ovvero posso prendermi il capriccio di darmi al Culex, al
passatempo, giacché ho fatto quanto Virgilio fece in età
provetta – o meglio – posso far dopo ciò che altri, cioè
Virgilio, ha fatto prima. Il significato riesce piuttosto
semplice, senza difficoltà di ordine logico, difficoltà in cui
si dibatte l’interpretazione tradizionale, che vuole rendere con
una proposizione semplice e unica il verso di Stazio. Si può
pensare che il verso Staziano – peraltro – non troppo chiaro
agli occhi dei moderni, sarebbe potuto sorgere sulla base di un
motivo autobiografico del poeta stesso, che il poeta delle
Silvae aveva possibilità di tenere presente, anzi con il suo
verso avrebbe, in fondo, riconosciuto, in chiave “propositiva”
ciò che nella frase di Lucano poteva suonare “audacissimo”.
Questa nostra congettura riferita alla controversia tra Lucano e
Virgilio che tutto sommato sono stati due grandi della
letteratura latina, ci fa pensare che non bisogna mai vantarsi
dopo aver raggiunto un obiettivo ma, al contrario bisogna
impegnarsi ancora di più per la realizzazione di quelle opere
che rimarranno scolpite nel cuore e nelle menti di noi moderni
per essere poi tramandati ai posteri!
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