Ultimo aggiornamento 18/04/2007

a cura di Domenico Oliveri

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 di Antonio Ligato

"Dispute elettorali e culturali tra moderno e antico"

L’imminenza delle elezioni amministrative con i loro riti preparatori, le loro discussioni, le continue riunioni alla ricerca di un accordo, di una coalizione, le promesse, i programmi, le dispute e le sfide tra candidati. Un mondo particolare, una sensazione accattivante che si può gustare soprattutto nei piccoli centri dove ci si conosce un po’ tutti e dove, spesso si fa a gara per centrare l’obiettivo della vittoria finale. Ci sono tante sfaccettature in queste corpose discussioni che si intrecciano con la passione dei candidati con le tante conoscenze che si potrebbero sfruttare per racimolare suffragi e poi un panorama di colori e di simboli per quanta riguarda i nomi delle liste, scelti in maniera tale che facciano presa sulla gente che, spera soprattutto nell’impegno dei futuri amministratori per vedere finalmente il rilancio positivo della propria cittadina. Una volta c’erano i comizi in piazza che riuscivano a calamitare per ore l’attenzione della popolazione che ne prendeva parte. I tempi sono cambiati e quelle riunioni fiume sono ormai un ricordo lontano. Oggi si fa uso del computer e di tutte le sue diavolerie. Così tra una selva di file, modem, password ed altro si entra nelle case degli elettori per portare le video-immagini dei candidati a primo cittadino. Ma le dispute, le vanterie, gli atteggiamenti di super uomini ci sono stati e ci sono ancora, sia nel campo puramente politico, sia in quello sportivo e perché no anche nel campo prettamente culturale. A tale proposito mi è venuta in mente una disputa tra due degli scrittori latini che più di altri hanno lasciato un’impronta incancellabile nella storiografia latina. Mi riferisco a Lucano e Virgilio. Ebbene, leggete di seguito una diatriba tra i due riportata dl grande storiografo Svetonio che curò con dovizia di particolari “Le Vite” dei grandi autori dell’antica Roma. Una disputa che ha fatto e fa discutere numerosi studiosi di quell’epoca per certi versi fascinosa e ricca di misteri. Un passo della Vita di Lucano, attribuito a Svetonio, presenta notevoli difficoltà d’interpretazione. E’ il detto che Lucano avrebbe pronunciato in una sua praefatio (probabilmente a una recitatio del Bellum Civile), nell’intento di paragonare l’età sua ed i suoi esordi poetici con quelli di Virgilio. Riporto il passo relativo, tratto dalla biografia svetoniana “ Dein civile bellum quod a Pompeio et Caesare gestum est, recitavit **** ut praefatione quidam aetatem et initia sua cum Vergilio comparans ausus sit dicere: “ et quantum mihi restat ad Culicem”. Il Rostagni pensa alla possibilità di integrare, con riferimento all’età di Virgilio, allorché compose il Culex , nel modo seguente: “nondum annos natus unum et viginti”. Fra le interpretazioni più significative ci sembra opportuno riportare quella dello stesso Rostagni il quale è dell’avviso che la frase debba essere considerata come la chiusa di un esametro (“et quantum mihi restat) e l’inizio del seguente ( “ad Culicem”) e intende che l’autore vuole sottolineare il suo enorme vantaggio nei confronti del Culice. Si potrebbe, però, dare alla frase il valore di una considerazione/constatazione del tipo “quanto ancora mi resta per raggiungere gli anni del Culex”. Questa ultima interpretazione è fondata su Stazio : “Haec primo iuvenis canes sub aevo, ante annos Culicis Maroniani” . Certo, qui Stazio pone l’accento sulla giovinezza di Lucano poeta rispetto a Virgilio poeta e dunque il XVI della Vita Vergiliana di Svetonio, pare debba emendarsi in XXI come Rostagni fa. Ma torniamo alla frase di Lucano: non è forzato il senso attribuitole dai moderni? Se l’autore la cita come facente parte di un proemio ad una recitazione non doveva essa risultare così chiara da essere intesa da tutti? Già, si potrebbe sempre, anzi, si deve pensare che la frase fosse inserita in un corpo poetico e che dovesse ricevere lume logico da tutto il contesto. Ma certo, se il biografo l’ha staccata dal contesto ciò è dovuto presumibilmente al fatto che il suo significato deve essere ovvio e senza difficoltà di ordine sintattico (si pensi al “restat ad Culicem” di dubbia intellezione). Da non trascurare : che cioè Lucano ebbe “l’ardire di dire…..et quantum ecc.”; dunque c’è dell’audacia (ausus sit dicere”) nella frase. Si prendano in considerazione gli elementi esterni. Marziale negli Epigrammi dice del Culex che esso, per quanto concerne la produzione virgiliana è da porre sullo stesso piano della Batracomiomachia pseudomerica e osserva che esso ha un effetto distensivo, mentre l’Eneide richiede tensione “protinus Italiam concepit et ARMA VIRVMQUE, qui modo vix Culicem fleverat ore rudi”. E allora, non potrebbe suonare la frase di Lucano: “e quanto mi resta (di vita, di tempo ecc) al Culice lo dedicherò: et quantum mihi restat [ scil. aevi ] ad Culicem [ scil. dedicabo]. Cioè Lucano, volendo “comparare”, volendo dunque stabilire un rapporto tra l’età sua e gli esordi poetici suoi con Virgilio, considerato che egli, Lucano, ha creato in età giovanile (vedi Stazio) ciò che Virgilio aveva fatto in età matura, opera un paragone inverso e avrebbe osato (certo c’è del coraggio in chi si pone contro la stima di Virgilio) dire in pubblico: “ora tutto il tempo che mi resta posso dedicarlo al Culex, [ cioè posso distendermi ( Si veda il citato Marziale)] ovvero posso prendermi il capriccio di darmi al Culex, al passatempo, giacché ho fatto quanto Virgilio fece in età provetta – o meglio – posso far dopo ciò che altri, cioè Virgilio, ha fatto prima. Il significato riesce piuttosto semplice, senza difficoltà di ordine logico, difficoltà in cui si dibatte l’interpretazione tradizionale, che vuole rendere con una proposizione semplice e unica il verso di Stazio. Si può pensare che il verso Staziano – peraltro – non troppo chiaro agli occhi dei moderni, sarebbe potuto sorgere sulla base di un motivo autobiografico del poeta stesso, che il poeta delle Silvae aveva possibilità di tenere presente, anzi con il suo verso avrebbe, in fondo, riconosciuto, in chiave “propositiva” ciò che nella frase di Lucano poteva suonare “audacissimo”.
Questa nostra congettura riferita alla controversia tra Lucano e Virgilio che tutto sommato sono stati due grandi della letteratura latina, ci fa pensare che non bisogna mai vantarsi dopo aver raggiunto un obiettivo ma, al contrario bisogna impegnarsi ancora di più per la realizzazione di quelle opere che rimarranno scolpite nel cuore e nelle menti di noi moderni per essere poi tramandati ai posteri!
 

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