Ultimo aggiornamento 27/09/2006

a cura di Domenico Oliveri

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Le Grotte di Tarditi

di Francesco Lovecchio

A qualche centinaio di metri dalla Stazione delle FF.S. di Palmi ed a ridosso delle abitazioni del rione Impiombato, la cui località è nota come Macello-Pignarelle, esiste un grandioso insediamento rupestre di chiara impronta monastica Bizantina. Le grotte erano ben note in passato a tanti palmesi soltanto perché si erano rifugiati durante i bombardamenti aereonavali degli anglo-americani dell’ultimo conflitto mondiale, senza intuirne però l’origine e l’importanza della loro presenza. Nonostante ci siamo sforzati di evidenziare la grande rilevanza storica ed architettonica che il complesso riveste, fino ad oggi non si è registrato alcun intervento se non l’appagamento della curiosità di qualche politico locale o la visita di qualche “addetto ai lavori” che, evidentemente, non aveva alcun particolare interesse. Non si vuole ancora capire che il sito deve essere salvaguardato, recuperato e reso accessibile sia perché l’impone un dovere civico, sia perchè può diventare una grande attrazione turistica con indubbi risvolti occupazionali ed economici. Il luogo è chiamato dai palmesi “Tarditi” per ricordare, forse, il nome del tecnico governativo che ricostruì alcuni quartieri della città dopo il terremoto del 1908. L’individuazione delle grotte non è facile per chi si avventura per la prima volta da solo, soprattutto perchè sono collocate in un costone e celate alla vista da una fitta vegetazione naturale che essendosi conservata nei secoli merita uno studio da parte degli esperti. Sul posto si arriva attraversando precari sentieri tracciati sopra quei terrazzamenti che i contadini costruirono con le opere titaniche delle armacie, ormai ovunque franate, per ottenere terreno coltivabile anche dagli impervi pendii. Dal costone la visuale dell’immenso bacino di mare che si estende dallo Stretto di Messina fino a Capo Vaticano è assolutamente libera, tanto da poter avvistare tutte le navi che passano. Il complesso rupestre è composto da una serie di grotte scavate dai monaci nell’arenaria su diversi livelli e tutte con l’ingresso orientato a Nord. L’impronta bizantina del sito di “Tarditi” si evidenzia già dalla una prima grotta per la presenza all’esterno di una croce scolpita nella roccia con le quattro punte a forma di freccia. La cavità è formata da un solo vano con un’ampia apertura dalla quale si dipartono alcuni cunicoli che penetrano per diversi metri nell’interno. La seconda grotta è profonda circa 17 metri e termina in un’Abside. E’ contrassegnata anch’essa da una piccola croce scolpita sull’arco della roccia della volta che guarda l’esterno e, quasi certamente, potrebbe essere stata la dimora del capo della comunità: l’Egumeno. La più interessante però di tutto l’insediamento rupestre, sia per estensione che per la sua forma architettonica, è rappresentata da una grande cavità situata al centro di tutto il complesso rupestre che per le sue particolari caratteristiche è denominata scientificamente Basilica. Si presenta a tre navate con quella centrale alta circa sei metri e larga almeno tre, mentre le due laterali misurano circa due metri di larghezza ridotte ormai ad un’altezza di 150 cm per l’accumulo di materiale terroso trasportato dall’esterno dalle piogge.
A circa 50 metri dall’ingresso della grotta, i corridoi laterali vanno a confluire in quello centrale formando un incrocio che assume l’aspetto di una vera e propria croce alla greca. La parete dove finisce la Basilica si presenta a forma ellittica, sicuramente l’Abside, che evidentemente serviva ai monaci per appendere Crocefissi e Icone. In quasi tutte le pareti dell’imponente grotta e sul suolo, sono ben evidenti ed in gran numero, gradini, nicchie, portalampade e giacigli che fanno intuire che la Basilica abbia ospitato una comunità molto numerosa di monaci essendo la stessa utilizzata come chiesa ed abitazione. Un’altra grandissima grotta situata nello stesso gradone ed esplorata più volte, ha rivelato un collegamento con la Basilica mediante un angusto e ben celato cunicolo. L’ingresso della grotta si presenta molto ampio ed è ostruito da grossi massi caduti dalla zona sovrastante e da numerosi arbusti che rendono molto difficile l’entrata. Esistono ancora tante altre grotte che non si sono potute esplorare perché le numerose frane hanno bloccato tutti gli accessi, con qualcuna che presenta evidenti segni di un antico utilizzo come stalla o cantina di qualche casa colonica. Nel costone di fronte all’insediamento si trova ben mimetizzata una piccola cavità, forse naturale, di una diecina di mq., che presenta anch’essa all’ingresso due minuscole croci scolpite nella roccia. L’esistenza di una piccola feritoia costruita con calce e pietre sul suo lato che guarda verso l’alto, lascia pensare che servisse per dare l’allarme in caso di pericolo proveniente da terra.
La presenza in Calabria dei monaci bizantini è attestata fin dai tempi di Cassiodoro e risulta molto consistente nell’VIII secolo in conseguenza delle persecuzioni Iconoclaste, “contro le Sacre Immagini”, proclamate da Leone III Isaurico. Per l’occupazione poi della Sicilia da parte dei Saraceni, si riversano in questo estremo lembo della Calabria una moltitudine di religiosi che fondarono numerosi Monasteri e Laure, elevando così culturalmente e socialmente il territorio che divenne una sorta di nuova Tebaide.
Tra gli oltre 40 monasteri sorti in Calabria uno dei più celebri fu senza dubbio quello Imperiale di Sant’Elia Profeta collocato sull’omonimo monte che sovrasta Palmi (del quale riteniamo di aver scoperto finalmente i resti delle antiche mura), e quello del Mercurion a Taureana chiamato poi di San Fantino Abate dopo la sua morte avvenuta a Tessalonica.
Le laure ed i monasteri erano anche centri di cultura dove si raccoglievano i testi antichi che i monaci letterati trascrivevano con abile arte calligrafica, realizzando splendide miniature nel rispetto delle tradizioni di Bisanzio.
La presenza monastica è storicamente comprensibile perchè i monaci orientali dell’ordine di San Basilio della Siria e della Cappadocia trovarono prima in Sicilia e poi in Calabria, quelle stesse condizioni religiose ed ambientali che avevano lasciato nella loro Patria.
I monaci vennero in Calabria anche dalla Palestina, Egitto ed Asia Minore e furono chiamati Greci sia perchè provenienti dall’impero greco o bizantino e, quindi, col rito liturgico di Costantinopoli, sia per distinguerli dai latini d’occidente. La loro vita cenobitica era ispirata alle regole dettate da San Basilio fondate sulla povertà, l’obbedienza all’Egumeno, la preghiera in comune ed il lavoro manuale. Le regole variavano da una comunità all’altra secondo le prescrizioni impartite e fatte osservare dall’Egumeno, che aveva anche il potere di scegliere il suo successore tra i monaci più degni della comunità.
Il complesso monastico rupestre di “Tarditi”, quasi completamente conservato nella sua struttura architettonica originaria nonostante i numerosi crolli ed i vandalismi subiti nei secoli, è senza alcun dubbio unico nel suo genere.
Se le Autorità preposte dovessero continuare a perseverare nel loro disinteresse, scomparirà inesorabilmente nel tempo una delle più genuine e rare testimonianze del periodo bizantino che si è protratto in Calabria per circa cinque secoli.

 

 

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