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A qualche centinaio di metri dalla Stazione delle FF.S. di Palmi ed a
ridosso delle abitazioni del rione Impiombato, la cui località è nota come
Macello-Pignarelle, esiste un grandioso insediamento rupestre di chiara
impronta monastica Bizantina. Le grotte erano ben note in passato a tanti
palmesi soltanto perché si erano rifugiati durante i bombardamenti
aereonavali degli anglo-americani dell’ultimo conflitto mondiale, senza
intuirne però l’origine e l’importanza della loro presenza. Nonostante ci
siamo sforzati di evidenziare la grande rilevanza storica ed architettonica
che il complesso riveste, fino ad oggi non si è registrato alcun intervento
se non l’appagamento della curiosità di qualche politico locale o la visita
di qualche “addetto ai lavori” che, evidentemente, non aveva alcun
particolare interesse. Non si vuole ancora capire che il sito deve essere
salvaguardato, recuperato e reso accessibile sia perché l’impone un dovere
civico, sia perchè può diventare una grande attrazione turistica con indubbi
risvolti occupazionali ed economici. Il luogo è chiamato dai palmesi
“Tarditi” per ricordare, forse, il nome del tecnico governativo che
ricostruì alcuni quartieri della città dopo il terremoto del 1908.
L’individuazione delle grotte non è facile per chi si avventura per la prima
volta da solo, soprattutto perchè sono collocate in un costone e celate alla
vista da una fitta vegetazione naturale che essendosi conservata nei secoli
merita uno studio da parte degli esperti. Sul posto si arriva attraversando
precari sentieri tracciati sopra quei terrazzamenti che i contadini
costruirono con le opere titaniche delle armacie, ormai ovunque franate, per
ottenere terreno coltivabile anche dagli impervi pendii. Dal costone la
visuale dell’immenso bacino di mare che si estende dallo Stretto di Messina
fino a Capo Vaticano è assolutamente libera, tanto da poter avvistare tutte
le navi che passano. Il complesso rupestre è composto da una serie di grotte
scavate dai monaci nell’arenaria su diversi livelli e tutte con l’ingresso
orientato a Nord. L’impronta bizantina del sito di “Tarditi” si evidenzia
già dalla una prima grotta per la presenza all’esterno di una croce scolpita
nella roccia con le quattro punte a forma di freccia. La cavità è formata da
un solo vano con un’ampia apertura dalla quale si dipartono alcuni cunicoli
che penetrano per diversi metri nell’interno. La seconda grotta è profonda
circa 17 metri e termina in un’Abside. E’ contrassegnata anch’essa da una
piccola croce scolpita sull’arco della roccia della volta che guarda
l’esterno e, quasi certamente, potrebbe essere stata la dimora del capo
della comunità: l’Egumeno. La più interessante però di tutto l’insediamento
rupestre, sia per estensione che per la sua forma architettonica, è
rappresentata da una grande cavità situata al centro di tutto il complesso
rupestre che per le sue particolari caratteristiche è denominata
scientificamente Basilica. Si presenta a tre navate con quella centrale alta
circa sei metri e larga almeno tre, mentre le due laterali misurano circa
due metri di larghezza ridotte ormai ad un’altezza di 150 cm per l’accumulo
di materiale terroso trasportato dall’esterno dalle piogge.
A circa 50 metri dall’ingresso della grotta, i corridoi laterali vanno a
confluire in quello centrale formando un incrocio che assume l’aspetto di
una vera e propria croce alla greca. La parete dove finisce la Basilica si
presenta a forma ellittica, sicuramente l’Abside, che evidentemente serviva
ai monaci per appendere Crocefissi e Icone. In quasi tutte le pareti
dell’imponente grotta e sul suolo, sono ben evidenti ed in gran numero,
gradini, nicchie, portalampade e giacigli che fanno intuire che la Basilica
abbia ospitato una comunità molto numerosa di monaci essendo la stessa
utilizzata come chiesa ed abitazione. Un’altra grandissima grotta situata
nello stesso gradone ed esplorata più volte, ha rivelato un collegamento con
la Basilica mediante un angusto e ben celato cunicolo. L’ingresso della
grotta si presenta molto ampio ed è ostruito da grossi massi caduti dalla
zona sovrastante e da numerosi arbusti che rendono molto difficile
l’entrata. Esistono ancora tante altre grotte che non si sono potute
esplorare perché le numerose frane hanno bloccato tutti gli accessi, con
qualcuna che presenta evidenti segni di un antico utilizzo come stalla o
cantina di qualche casa colonica. Nel costone di fronte all’insediamento si
trova ben mimetizzata una piccola cavità, forse naturale, di una diecina di
mq., che presenta anch’essa all’ingresso due minuscole croci scolpite nella
roccia. L’esistenza di una piccola feritoia costruita con calce e pietre sul
suo lato che guarda verso l’alto, lascia pensare che servisse per dare
l’allarme in caso di pericolo proveniente da terra.
La presenza in Calabria dei monaci bizantini è attestata fin dai tempi di
Cassiodoro e risulta molto consistente nell’VIII secolo in conseguenza delle
persecuzioni Iconoclaste, “contro le Sacre Immagini”, proclamate da Leone
III Isaurico. Per l’occupazione poi della Sicilia da parte dei Saraceni, si
riversano in questo estremo lembo della Calabria una moltitudine di
religiosi che fondarono numerosi Monasteri e Laure, elevando così
culturalmente e socialmente il territorio che divenne una sorta di nuova
Tebaide.
Tra gli oltre 40 monasteri sorti in Calabria uno dei più celebri fu senza
dubbio quello Imperiale di Sant’Elia Profeta collocato sull’omonimo monte
che sovrasta Palmi (del quale riteniamo di aver scoperto finalmente i resti
delle antiche mura), e quello del Mercurion a Taureana chiamato poi di San
Fantino Abate dopo la sua morte avvenuta a Tessalonica.
Le laure ed i monasteri erano anche centri di cultura dove si raccoglievano
i testi antichi che i monaci letterati trascrivevano con abile arte
calligrafica, realizzando splendide miniature nel rispetto delle tradizioni
di Bisanzio.
La presenza monastica è storicamente comprensibile perchè i monaci orientali
dell’ordine di San Basilio della Siria e della Cappadocia trovarono prima in
Sicilia e poi in Calabria, quelle stesse condizioni religiose ed ambientali
che avevano lasciato nella loro Patria.
I monaci vennero in Calabria anche dalla Palestina, Egitto ed Asia Minore e
furono chiamati Greci sia perchè provenienti dall’impero greco o bizantino
e, quindi, col rito liturgico di Costantinopoli, sia per distinguerli dai
latini d’occidente. La loro vita cenobitica era ispirata alle regole dettate
da San Basilio fondate sulla povertà, l’obbedienza all’Egumeno, la preghiera
in comune ed il lavoro manuale. Le regole variavano da una comunità
all’altra secondo le prescrizioni impartite e fatte osservare dall’Egumeno,
che aveva anche il potere di scegliere il suo successore tra i monaci più
degni della comunità.
Il complesso monastico rupestre di “Tarditi”, quasi completamente conservato
nella sua struttura architettonica originaria nonostante i numerosi crolli
ed i vandalismi subiti nei secoli, è senza alcun dubbio unico nel suo
genere.
Se le Autorità preposte dovessero continuare a perseverare nel loro
disinteresse, scomparirà inesorabilmente nel tempo una delle più genuine e
rare testimonianze del periodo bizantino che si è protratto in Calabria per
circa cinque secoli.
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